Domiciliarità e residenzialità per l’invecchiamento attivo

10 febbraio 2017 [Ultimo aggiornamento: 10 febbraio 2017 18:53]

Il 9 febbraio 2017 è stata presentata a Roma la ricerca dell’Auser Domiciliarità e residenzialità per l’invecchiamento attivo. Lo studio, a partire dall’analisi dei dati statistici disponibili di fonte ufficiale, ricostruisce il quadro delle tendenze demografiche e delle misure nazionali di sostegno agli anziani non autosufficienti, per formulare poi alcune proposte di intervento.

Il dato che muove le riflessioni è quello del progressivo invecchiamento della popolazione italiana. Secondo i dati EUROSTAT, l’Italia è il Paese europeo con la più alta percentuale di anziani: il 21,4%, rispetto a una media UE del 18,5%; e il 6,4% ha più di 80 anni, contro una media europea del 5,1%. Nel 2050 l’ISTAT prevede che gli anziani saranno 21.775.809, il 34,3% della popolazione residente: si passerà quindi da un rapporto di 1 anziano ogni 5 abitanti a un rapporto di 1 a 3.
Il positivo allungamento della speranza di vita determina però anche una maggiore possibilità di sviluppare limitazioni funzionali con il crescere dell’età. L’ISTAT stima che più dell’80% delle persone con limitazioni funzionali gravi sia anziano (pari a 2,5 milioni nel 2013).

Le risposte finora fornite dal sistema di assistenza pubblico sono state di carattere domiciliare o residenziale, ma le carenze del nostro sistema di welfare in termini sia quantitativi che qualitativi hanno determinato di fatto una delega alle famiglie del lavoro di cura, con inevitabili costi sociali, e il progressivo instaurarsi di un modello italiano di sostegno alla non autosufficienza incardinato sulla figura della badante.
Varie fonti stimano che le risorse economiche mobilitate dalle famiglie sul mercato di cura privato ammontino a più di 9 miliardi di euro annui per circa 1,5 milioni di anziani assistiti.
In proposito, secondo il CENSIS, oltre 561 mila famiglie per pagare l’assistenza ad un congiunto non autosufficiente hanno dovuto usare tutti i propri risparmi o alienare l’abitazione (anche in nuda proprietà) o indebitarsi. Da sempre, infatti, il finanziamento del costo dell’assistenza ai familiari non autosufficienti ha richiesto uno sforzo economico diffuso nelle reti familiari, con quasi 910 mila famiglie in cui più membri si sono impegnati per contribuire a mantenere l’assistenza privata.
In questo quadro, anche in seguito agli effetti della crisi economica, si registra una progressiva tendenza alla cosiddetta rifamilizzazione dell’assistenza. In uno studio, riportato nel nostro focus su Colf e badanti, specificatamente rivolto alla popolazione over 75 residente su tutto il territorio nazionale, emerge che per pagare l’assistente familiare tre quarti degli anziani intervistati hanno ridotto qualità e quantità dei cibi e quasi la metà ha chiesto aiuto ai propri figli. Ma spesso nemmeno questi sacrifici sono risultati sufficienti. Il 55% degli intervistati è stato costretto a ridimensionare l’aiuto dell’assistente familiare e il 25% ha dovuto rinunciarvi del tutto. Riduzione o rinuncia che rischiano di produrre un deterioramento della salute e della qualità della vita degli anziani non autosufficienti e un aumento dei ricoveri, mentre tutto il lavoro di cura ricade sui familiari.

Alla prevalenza della soluzione domiciliare nell’assistenza agli anziani ha verosimilmente contribuito, nel nostro Paese, il grande numero di abitazioni di proprietà. Dal 2° Rapporto di Abitare e Anziani sulla Condizione abitativa degli anziani che abitano in case di proprietà, si calcolano che questi ultimi siano circa 10.000.000. Tuttavia, il 54,9% delle abitazioni hanno più di 50 anni, il 12,8% risulta essere in condizioni mediocri o pessime, il 20,8% non prevede un vero e proprio impianto di riscaldamento, ma singoli apparecchi o fonti di calore, e il 76,1% è priva di ascensore. Tutte condizione che rendono tali abitazioni potenzialmente inadeguate per le esigenze di una persona anziana e che rischiano di favorire il suo progressivo isolamento. In aggiunta si evidenzia il problema della scelta del “modello abitativo” attuale che, soprattutto nelle città, pone grossi limiti alla costruzione e al mantenimento di reti relazionali all’interno della comunità di appartenenza.

Sul versante dei servizi pubblici, nel 2012 (ultimo dato disponibile) i Comuni italiani, singoli o associati, hanno speso per interventi e servizi sociali sui territori poco meno di 7 miliardi di euro. Un dato che, per il secondo anno consecutivo, risulta in calo rispetto all’anno precedente. Tale riduzione ha investito in misura significativa la spesa sociale rivolta agli anziani, che è stata tagliata nel biennio 2010-2012 dell’11% (da 1.491.876.094 euro a 1.334.211.143 euro). E che presenta un’estrema variabilità regionale, tale da riflettersi anche sulla spesa procapite: dal valore massimo del Nord-Est di 152 euro per anziano residente ai valori minimi del Sud con 50 euro procapite.
In riferimento particolare all’assistenza domiciliare, nel 2012 si registra una contrazione dei principali indicatori rilevati, ossia gli indici di copertura territoriale e di presa in carico dei servizi di assistenza domiciliare (ADI, SAD, Voucher, assegno di cura e buono sociosanitario).

Gli ospiti anziani dei presidi residenziali socio-assistenziali e socio-sanitari pubblici e privati, nel 2013 (ultimo dato disponibile) sono 278.652, il 75,8% degli ospiti totali, con una forte sproporzione delle presenze nelle Regioni del Nord, quelle che dispongono di un maggior numero di posti letti. Degli anziani presenti nelle strutture residenziali, 210.854 sono non autosufficienti. In particolare, si rileva che nel 92,7% dei casi gli anziani non autosufficienti sono ospiti di strutture che integrano le funzioni di assistenza sociale con interventi di carattere sanitario. E nell’84,6% dei casi si tratta di anziani cui viene garantito un livello di assistenza sanitaria medio-alto, ossia trattamenti medico-sanitari estensivi per la non autosufficienza (livello medio) o intensivi per il supporto delle funzioni vitali (livello alto). Possiamo quindi parlare per lo più di anziani che si trovano in condizioni di gravità. E che nel 97,6% dei casi sono ospiti di strutture che non riproducono le condizioni di vita familiari e potrebbero quindi risultare potenzialmente segreganti.

Stando a quanto emerge dalla relazione dei Nuclei Antisofisticazioni e Sanità (NAS) alla Commissione parlamentare di inchiesta sulla efficienza ed efficacia del servizio sanitario nazionale emerge che: “A livello nazionale nel biennio 2010-2011 sono stati effettuati, nelle strutture ricettive per anziani in generale, quasi 5.000 controlli, di cui 1.473 casi sono risultati non conformi, 902 sono stati segnalati all’autorità amministrativa e 740 sono stati segnalati all’autorità giudiziaria; vi sono stati inoltre 14 arresti, 1.444 sanzioni penali, 1.438 sanzioni amministrative e 150 adozioni di provvedimenti di chiusura. I dati che forse interessano di più sono quelli che riguardano il benessere degli ospiti: 16 volte abbiamo dovuto effettuare una denuncia per sequestro di persona, 129 volte per abbandono di incapace, 51 volte per maltrattamenti, 236 volte per esercizio abusivo della professione sanitaria e 53 volte perché all’interno le strutture avevano dei farmaci guasti o imperfetti”.

Il quadro che emerge dalla ricerca dell’Auser è quello di un sistema di Long Term Care (LTC) inadeguato e caratterizzato da significative criticità.
La soluzione che si propone è quindi quella di promuovere e investire sull’invecchiamento attivo, e in particolare di: 1) rendere le città amiche degli anziani cioè più attente alle specifiche esigenze 2) qualificare i servizi della domiciliarità, 3) qualificare e ampliare l’offerta di residenzialità. Ciò significa rendere le strutture e i servizi rivolti all’intera collettività accessibili e fruibili anche dalla popolazione anziana, con attitudini e capacità tra loro diversificate. Significa contrastare la tendenza alla sanitarizzazione dei bisogni sociali, favorire la strutturazione di modelli urbani e contesti comunitari moltiplicatori di relazioni, tanto che si scelga una risposta domiciliare o residenziale al bisogno di supporto. Significa puntare sulla valorizzazione delle capacità e potenzialità delle persone, ad ogni livello di autonomia, piuttosto che alimentare un sistema assistenzialistico che accresce la dipendenza e l’isolamento sociale. Significa potenziare, ma soprattutto qualificare l’offerta dei servizi sociali e socio-sanitari.

Nel corso della presentazione della ricerca è intervento, tra i relatori, Tito Boeri, Presidente dell’INPS, che riprendendo i dati pubblicati nell’ultimo Rapporto INPS (di cui avevamo trattato all’interno di Condicio), ha profilato alcuni scenari.

Il presidente innanzitutto ha ribadito la necessità di una riforma del sistema di accertamento degli stati invalidanti. E, citando i risultati positivi ottenuti in base alle Convenzioni attivate in alcune Regioni, ha evidenziato come l’accorpamento di tutte le funzioni all’INPS possa generare risparmi per l’intero sistema.

Ha poi citato Home Care Premium, un programma di interventi rivolti alle persone non autosufficienti. Tali interventi sono attualmente previsti a favore dei dipendenti pubblici, e loro familiari, che contribuiscono, mediante una trattenuta diretta, obbligatoria ed ulteriore rispetto alla contribuzione ordinaria, ad alimentare fondi dedicati alla realizzazione di politiche di welfare, che sono quindi a loro spettanti e che risultano diverse ed ulteriori rispetto a quelle a carico della fiscalità generale. In proposito, Boeri ha avanzato l’ipotesi di prevedere una contribuzione obbligatoria (non volontaria) per tutti i lavoratori, e i pensionati, sia pubblici che privati, allo scopo di coprire il rischio futuro di non autosufficienza.

Tale proposta, a parere di chi scrive, anche alla luce dei dati riportati all’interno dello studio dell’Auser, rischia di conservare e aumentare disparità fra chi si trova in una situazione lavorativa e assicurativa solida e chi invece vive in situazioni di precariato e marginalità nel mercato del lavoro. Non dimentichiamo, infatti, gli alti tassi di disoccupazione che caratterizzano il nostro mercato del lavoro e le forme diffuse di precarietà (tanto che gli anziani di oggi sostengono con le proprie pensioni i redditi, le spese impreviste, gli investimenti relativi all’acquisto della casa di figli e/o nipoti). L’ipotesi formulata da Boeri, quindi, lascia aperte emergenze e disequità strettamente connesse all’impoverimento.

Rispetto alle indennità di accompagnamento (IDA), Boeri ha sottolineato l’esiguità del relativo importo mensile, suggerendo di introdurre una gradualità degli importi concessi in funzione della condizione reddituale.
Ciò significa, ipotizziamo verosimilmente, introdurre la prova dei mezzi come vincolo di erogazione o rendere il beneficio soggetto all’imposta sul reddito o ancora graduarne l’entità in funzione dell’ISEE, ad esempio: proposte rispetto alle quali lo stesso Rapporto INPS 2016 si esprimeva in senso negativo. L’INPS rileva, infatti, che oltre 2/3 della spesa totale in IDA è erogata a favore di persone con reddito da pensione inferiore a 15.000 euro. Pertanto, si evidenzia uno stretto legame tra povertà e disabilità, tale da far emergere un paradosso: “se da un lato aumentano i costi amministrativi e l’eventuale effetto «stigma» dei richiedenti, dall’altro [tali proposte] potrebbero avere un impatto limitato sulla sostenibilità finanziaria del sistema”. Senza contare che qui si fa riferimento ad un’erogazione condizionata esclusivamente dalla situazione economica e non si fa alcun cenno, assai più significativo, all’intensità della necessità di sostegni.

Infine, in relazione ai permessi lavorativi ex lege 104/1992, citando il differenziale di uso tra il settore pubblico e privato, Boeri ha ipotizzato l’esistenza di abusi da reprimere e da cui poter recuperare risorse.
In proposito, nel trattare tali differenziali occorre tener conto di altre variabili, al netto degli abusi da contrastare con i normali controlli. È necessario infatti considerare, ad esempio, che nel pubblico si registra una maggiore presenza femminile, cui viene delegato in maniera più massiccia il lavoro di cura familiare. Accanto quindi al sistema dei controlli, sarebbe forse altrettanto opportuno ragionare sull’impatto che una determinata misura esercita sulla vita delle persone e delle famiglie cui essa viene indirizzata.

Daniela Bucci

© Riproduzione riservata