Colf e badanti

1 luglio 2013 [Ultimo aggiornamento: 9 febbraio 2017 18:06]

La consistenza del fenomeno

Secondo uno studio pubblicato nel 2015 dal Network Non Autosufficienza, in termini monetari, circa un terzo delle risorse (pubbliche e private) complessivamente impiegate nell’assistenza continuativa a persone con disabilità è ascrivibile alle famiglie, sia in termini di spesa diretta sul mercato di cura privato, che di valorizzazione dell’assistenza informale prestata dai caregiver familiari.

Le stime ci dicono che il lavoro di cura privato pesa annualmente sulle famiglie per 9,4 miliardi di euro, ma di questi solo 2,6 miliardi circa corrispondono a contratti di lavoro regolari.

Secondo i dati dell’Osservatorio INPS sui lavoratori domestici (Statistiche in breve), nel 2015 sono stati registrati 886.125 lavoratori regolari, per la maggioranza stranieri (75,9%) e con una netta predominanza della componente femminile (87,8%: il valore più alto degli ultimi sei anni). Nonostante il numero dei collaboratori domestici sia cresciuto enormemente, arrivando quasi a raddoppiare, nell’arco di un decennio (2005-2015), l’INPS ha rilevato a partire dal 2013 una contrazione del numero dei lavoratori regolari (-12,1% tra il 2012 e il 2015). Tale decremento ha riguardato esclusivamente i lavoratori di origine straniera, a fronte invece di un incremento dei lavoratori italiani. Sul totale dei lavoratori domestici, il 42,4% (375.560) ha un rapporto di lavoro come “badante” (nel 92,9% dei casi di sesso femminile). Rispetto all’anno precedente, nel 2015 si registra un lieve incremento (+2,2%) del numero di badanti, che origina completamente dalla componente di nazionalità italiana.

La domanda da porci è se questi dati riflettano effettivamente la realtà dell’assistenza familiare nel nostro Paese. I segnali rilevati ci dicono che le assistenti familiari risultano in aumentano e, in questo momento, proprio nel mercato del lavoro irregolare. I lavoratori registrati dall’INPS risulterebbero quindi inferiori alla presenza effettiva: ai lavoratori regolari occorrerebbe, infatti, aggiungere quelli in nero (sia italiani che stranieri) e quelli che si trovano in una condizione di completa irregolarità, sia lavorativa che relativa al permesso di soggiorno. Per una stima realistica è necessario, dunque, considerare tanto le fonti ufficiali quanto quelle informali, e quindi sia i lavoratori regolari che quelli irregolari.

Le stime finora prodotte oscillino tra il milione e il milione e mezzo di assistenti familiari (colf, badanti …). E si calcola che la crescita della domanda porterà il numero dei collaboratori a 2 milioni e 151 mila nel 2030. (CENSIS e Fondazione ISMU)

Altre stime (2013) ci parlano di 830.000 assistenti familiari di cui:

  • il 26% lavora e risiede irregolarmente in Italia, trattandosi di straniere senza permesso di soggiorno valido;
  • il 36%, pur risiedendo in maniera regolare nel nostro Paese perché italiana o straniera con permesso valido, lavora senza contratto;
  • il 38% lavora in regola con un contratto; ma qui occorre tener presente l’area della regolarizzazione grigia: ossia, fra coloro che hanno un contratto, almeno 6 donne su 10 si trovano in una situazione di regolarità parziale in quanto le ore dichiarate sono inferiori a quelle effettivamente prestate.

In sostanza, solo una minoranza delle assistenti familiari si trova in una condizione di completa regolarità, e con la crisi è ulteriormente diminuita la disponibilità delle famiglie a stipulare un contratto. (S. Pasquinelli, G. Rusmini (a cura di), Badare non basta. Il lavoro di cura: attori, progetti e politiche, Roma, Ediesse, 2013)

A fronte delle spese sostenute per il lavoro di cura privato le agevolazioni fiscali alle famiglie risultano assai limitate.
Per tutti i contribuenti è prevista una deduzione dal reddito fino a 1.549,37 euro e limitata ai soli contributi previdenziali e assistenziali.
Nel caso la prestazione sia resa a persone non autosufficienti è prevista, in aggiunta all’agevolazione precedente, una detrazione del 19% della spesa sostenuta, ma solo fino a 2.100 euro di spesa. È inoltre posto il limite reddituale di 40.000 euro.

I costi del welfare informale

Quello per il welfare informale è oggi un costo che grava quasi interamente sui bilanci familiari, visto che a fronte di una spesa di 667 euro al mese, solo il 31,4% delle famiglie riesce a ricevere una qualche forma di contributo pubblico, che si configura per i più nell’indennità di accompagnamento (19,9%) e, a seguire, nelle detrazioni fiscali (9,4%).

Complessivamente, la spesa che le famiglie sostengono incide per il 29,5% sul reddito familiare. Non stupisce, quindi, che in piena recessione la maggioranza (56,4%) non riesca più a farvi fronte e sia corsa ai ripari: il 48,2% ha ridotto i consumi, pur di mantenere il collaboratore; il 20,2% ha intaccato i propri risparmi; addirittura il 2,8% delle famiglie si è dovuta indebitare.

L’irrinunciabilità del servizio (ben l’84,4% dichiara di non poterne fare a meno) sta inoltre portando alcune famiglie (in media il 15,1%, ma al Nord la percentuale arriva al 20%) a considerare l’ipotesi che un membro della stessa possa rinunciare al lavoro per “prendere il posto” del collaboratore.

Alla richiesta di fare previsioni per i prossimi cinque anni, il 44,4% delle  famiglie pensa che avrà bisogno di incrementare il numero dei collaboratori e/o delle ore da questi lavorate. Ma al tempo stesso, ben la metà (49,4%) pensa che la famiglia avrà sempre più difficoltà a sostenere il servizio, e addirittura il 41,7% pensa che potrà arrivare a non poterselo più permettere.

(Fonti: CENSIS, Fondazione ISMU, “Elaborazione di un modello previsionale del fabbisogno di servizi assistenziali alla persona nel mercato del lavoro italiano con particolare riferimento al contributo della popolazione straniera”, maggio 2013)

La tendenza alla rifamilizzazione dell’assistenza, anche in seguito agli effetti della crisi economica, viene evidenziata anche in uno studio specificatamente rivolto alla popolazione over 75 residente su tutto il territorio nazionale (Paolisso, 2013). Per pagare l’assistente familiare tre quarti degli anziani intervistati hanno ridotto qualità e quantità dei cibi e quasi la metà ha chiesto aiuto ai propri figli. Ma spesso neanche questi sacrifici sono risultati sufficienti. Il 55% degli intervistati è stato costretto a ridimensionare l’aiuto dell’assistente familiare e il 25% vi ha dovuto rinunciare del tutto. Riduzione o rinuncia che rischiano di produrre un peggioramento della salute e della qualità della vita degli anziani non autosufficienti e un aumento dei ricoveri, mentre tutto il lavoro di cura ricade sui familiari.

(Fonti: Network Non Autosufficienza (a cura di), “L’assistenza agli anziani non autosufficienti in Italia. 5° Rapporto. Un futuro da ricostruire”, novembre 2015)

La spesa delle famiglie in caso di malattie oncologiche

Secondo l’Osservatorio sulla condizione assistenziale dei malati oncologici, per coloro che hanno avuto una diagnosi di tumore da almeno cinque anni i costi sociali relativi all’assistenza, che sia quella delle badanti, colf o altro personale o quella erogata direttamente dai caregiver, risulta pari a 12,8 miliardi di euro all’anno (12,3 miliardi per le attività assistenza e/o sorveglianza prestate direttamente dal caregiver e 622 milioni per colf, assistenti domiciliari o badanti).

Se si estende l’analisi a tutto l’universo delle persone che hanno avuto una diagnosi di tumore nella vita si sale a quasi 26 miliardi di euro, che può essere considerato il costo sociale della mancanza di una rete adeguata di servizi socio-assistenziali e socio-sanitari di assistenza domiciliare sul territorio.

In riferimento specifico alle spese per badanti, colf e assistenti domiciliari, queste si possono quantificare complessivamente in 622 milioni di euro, per coloro che hanno avuto una diagnosi tumorale da almeno cinque anni e sono con o senza caregiver.

(Fonti: Osservatorio sulla condizione assistenziale dei malati oncologici, “4° Rapporto sulla condizione assistenziale dei malati oncologici”, maggio 2012)

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