Disabilità e lavoro in Toscana: il ruolo del terzo settore

28 giugno 2016 [Ultimo aggiornamento: 1 luglio 2016 11:29]

Alla fine dello scorso maggio è stato pubblicato il Quaderno n.74/2016 del Cesvot (Centro Servizi Volontariato Toscana) dal titolo Il ruolo del volontariato nell’integrazione lavorativa delle persone disabili, nel quale vengono presentati i risultati di un’indagine volta a mappare le esperienze del terzo settore nell’inclusione attiva delle persone con disabilità in Toscana.

Il Quaderno prende le mosse da una descrizione della popolazione con disabilità residente nel territorio regionale, per poi passare ad illustrare la normativa e la programmazione regionale in materia di lavoro. Vengono riportate le statistiche territoriali sul collocamento mirato e successivamente presentati i risultati di un’indagine sul campo: una parte quantitativa, condotta su un campione di organizzazioni attive sul tema dell’inclusione sociale e lavorativa delle persone con disabilità, e una parte qualitativa, volta ad approfondire tre esperienze ritenute particolarmente significative.

Secondo i dati ISTAT, nel 2013, in Toscana, le persone con disabilità di sei anni e più che vivono in famiglia sono 200mila, di cui il 73% ha più di 74 anni.
Rispetto alla condizione lavorativa, la quasi totalità delle persone con disabilità di 15 anni e più continua a rimanere fuori dal mercato del lavoro. Pur dovendo considerare che si tratta in prevalenza di un popolazione anziana, nel 2013 la quota di coloro che sono occupati o in cerca di occupazione è pari al 4,3%, in crescita di soli 3 decimi di punto percentuale rispetto al 2005 (4,0%). Contemporaneamente si registra un significativo incremento degli inattivi, che passano dal 17,4% al 35,9%.
Secondo i dati della VII Relazione al Parlamento sullo stato di attuazione della legge 68/99, in Toscana, al 31 dicembre 2013 risultano iscritte agli elenchi unici provinciali del collocamento obbligatorio 36.745 persone con disabilità, di cui più della metà donne (52,2%): un dato in crescita del 4,7% rispetto al 2008 quando gli iscritti ammontavano a 35.104. A fronte di tale aumento, si evidenzia tuttavia una contrazione del numero degli avviamenti attivati: da 1.769 del 2008 a 1.229 del 2013, con un calo del 30,5%. Si registra, inoltre, una riduzione degli avviamenti anche presso le aziende non soggette ad obbligo di assunzione: il loro numero si riduce del 16,1%, passando tra il 2008 e il 2013 da 218 a 178.
Le motivazioni di tali andamenti vengono ricondotte, nell’analisi dei dati, alla recessione economica, che ha contribuito ad una generalizzata contrazione della domanda di lavoro, ma anche al crescente ricorso, da parte delle aziende in crisi, all’istituto della sospensione dagli obblighi di assunzione delle persone con disabilità. Inoltre, le maggiori difficoltà nel trovare un lavoro possono aver scoraggiato le stesse persone con disabilità a cercare un’occupazione, incrementando di fatto la quota di inattivi.
I servizi per il collocamento mirato sono deputati dalla legge 68/99 all’attuazione concreta dell’inclusione lavorativa delle persone con disabilità, agendo in raccordo con i servizi sociali, sanitari, educativi e formativi del territorio. In Toscana, tuttavia, come nelle altre regioni italiane, si lamenta una separatezza piuttosto marcata tra tali servizi e gli altri attori, istituzionali e non, che operano a vario titolo a livello territoriale. Ciò quindi evidenzia, nelle parole degli autori, come finora vi sia stata la mancanza di una cornice strategica unitaria che valorizzasse maggiormente le esperienze, le mettesse a sistema e ne consolidasse i modelli innovativi sperimentati.

La ricerca sul campo mira a ricostruire il quadro dei soggetti e delle iniziative messe in atto dal terzo settore per l’inclusione sociale e lavorativa delle persone con disabilità. Essa ha coinvolto un campione di 150 organizzazioni (su un universo di 460 organizzazioni): 140 associazioni di volontariato, 7 cooperative sociali di tipo B e 3 fondazioni.

Andiamo quindi ad illustrare i principali risultati emersi dall’indagine.

Circa il 40% delle organizzazioni di volontariato intervistate conta tra i propri volontari persone con disabilità, ma solo 12 si avvalgono di lavoratori retribuiti con disabilità, sia dipendenti che collaboratori, per un totale di 20 persone complessivamente impiegate.
Delle 140 organizzazioni raggiunte, 110 dichiarano di aver coinvolto, sostenuto e accompagnato negli ultimi 5 anni persone con disabilità, erogando servizi ad oltre 9.000 utenti. Le più frequenti attività realizzate sono il trasporto sociale e socio–sanitario (27,9%) e il sostegno/sollievo al carico di cura dei familiari (26,4%). Ma anche i percorsi di autonomia (22,9%) e le attività integrative (16,4%).
Gli inserimenti socio-terapeutici e lavorativi sono stati realizzati da 30 organizzazioni e riguardano per lo più laboratori informatici, di ricamo, ceramica, taglio e cucito, iniziative di agricoltura sociale e organizzazione di mercatini dell’usato con vendita di prodotti riciclati. Di queste 30 organizzazioni, sono 23 quelle che dichiarano di occuparsi esplicitamente di inclusione lavorativa delle persone con disabilità. Esse si contraddistinguono rispetto alle altre perché operano da più tempo sul territorio regionale, sono caratterizzate da una maggiore strutturazione e da più consistenti dimensioni finanziarie, e si rivolgono prevalentemente a persone con disabilità psichica o con pluriminorazioni.
Negli ultimi 5 anni queste organizzazioni hanno inserito nel mercato del lavoro 161 persone con disabilità, di cui 110 uomini e 51 donne, in quasi la metà dei casi di età compresa tra i 30 e i 44 anni. All’incirca un lavoratore su 5 è stato inserito direttamente all’interno della stessa associazioni. Nell’83,2% dei casi le persone lavorano da oltre un anno. I contratti più diffusi sono quelli a tempo indeterminato (54,6%) e a progetto (36,1%). E nell’85,4% dei casi l’inserimento è avvenuto con una bassa qualifica professionale (operai generici, tirocinanti, apprendisti).
La modalità prevalente di svolgimento del lavoro (per il 56,5% delle associazioni) è “con l’aiuto di un altro collega/tutor” o “a supporto di un collega”. I principali effetti positivi dell’inserimento lavorativo vengono individuati nel “miglioramento dell’autostima e della percezione di sé” (69,6%) e nello “sviluppo delle capacità relazionali e di socializzazione” (60,9%).
Oltre il 90% delle associazioni che si occupano di inclusione lavorativa delle persone con disabilità ritiene che le mansioni e i ruoli ricoperti siano molto (26,1%) o abbastanza (65,2%) idonei alle competenze e alle abilità delle persone inserite. E il 65,2% rileva periodicamente gli esiti delle attività di inserimento: azione fondamentale per poter attivare rapidamente interventi specifici in caso di bisogno.
I soggetti del territorio con cui le associazioni hanno progettato e sviluppato congiuntamente iniziative di inclusione lavorativa sono essenzialmente i Comuni e le Società della Salute. Con gli altri soggetti, ad esempio Province, Centri per l’Impiego e altre organizzazioni non profit, nella maggior parte dei casi, i rapporti risultano essere saltuari o basati su semplici scambi di conoscenze ed esperienze.
Rispetto all’esigenza di nuovi servizi, le associazioni intervistate indicano soprattutto quei servizi che, da un lato, sono destinatati a rafforzare la domanda di lavoro e, dall’altro, a supportare le famiglie nel percorso di autonomia del proprio familiare con disabilità.
Infine, le associazioni denunciano soprattutto la mancanza di finanziamenti e dunque vorrebbero chiedere alle istituzioni più risorse da destinare all’inclusione lavorativa.

La stessa richiesta di maggiori possibilità di finanziamenti viene anche dalle altre organizzazioni intervistate: 7 cooperative sociali di tipo B e 3 fondazioni.
Di esse 4 cooperative e 1 fondazione annoverano tra i propri occupati 16 lavoratori con disabilità (rispettivamente 15 e 1), per lo più dipendenti.
Le cooperative che dichiarano di occuparsi prevalentemente di inclusione lavorativa delle persone con disabilità sono 4, alcune anche attraverso l’attivazione di specifici tirocini e borse lavoro, mentre tra le fondazioni solo una ha segnalato di aver realizzato negli ultimi cinque anni specifici progetti e percorsi in tale ambito.

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