5° Rapporto del Network Non Autosufficienza

2 dicembre 2015 [Ultimo aggiornamento: 2 dicembre 2015 12:35]

Nel mese di novembre del 2015 è stato pubblicato, a cura del Network Non Autosufficienza (NNA), il 5° Rapporto su “L’assistenza agli anziani non autosufficienti in Italia”, dal titolo Un futuro da ricostruire.

Il Rapporto, promosso fin dal suo avvio nel 2009 dall’Istituto di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico (IRCCS) – INRCA per l’Agenzia nazionale per l’invecchiamento, offre con scadenza biennale un quadro dell’assistenza continuativa (Long Term Care – LTC) rivolta gli anziani non autosufficienti nel nostro Paese. Il tentativo dichiarato è quello di colmare le lacune informative, sia di carattere quantitativo che qualitativo, allo scopo di mettere a disposizione di operatori, studiosi e decisori pubblici, dati e riflessioni scientifiche, utili alla formulazione di politiche pubbliche che siano ancorate alle evidenze emerse.

L’ISTAT stima che nel 2013 siano oltre 2,5 milioni gli anziani con limitazioni funzionali gravi, ossia coloro che dichiarano il massimo grado di difficoltà nelle funzioni motorie, sensoriali o nelle funzioni essenziali della vita quotidiana. Il nostro sistema di assistenza, o meglio sarebbe dire i diversi sistemi di assistenza regionali in considerazione della loro eterogeneità, ha da sempre poggiato sul ruolo centrale della famiglia, sia in termini di cure informali da parte dei caregiver familiari, sia in termini di spesa privata per l’acquisto di beni e servizi (tra cui l’assunzione di assistenti familiari).
Tuttavia, come evidenzia il Rapporto, se in Italia il sistema di interventi pubblici di Long Term Care è largamente insufficiente per far fronte alla domanda di assistenza sanitaria e socioassistenziale, le evidenze dicono anche che la parte di welfare coperta finora dalle famiglie non sarà in grado a lungo di sopperire alle carenze strutturali dei servizi formali. Il rapporto tra persone adulte (45-64 anni) e anziani (75+ anni) si dimezzerà per il 2050, con minori possibilità per i figli di fornire cure intergenerazionali.
Pertanto, date le condizioni attuali e gli scenari futuri, si ritiene più che mai necessario un piano di riforma a lungo termine per la LTC italiana.

Nell’ambito del Rapporto, qui evidenzieremo in particolare due contributi. Il primo è definito “L’altra bussola” poiché, facendo da contraltare alla raccolta dei dati disponibili sugli interventi pubblici per gli anziani non autosufficienti (“La bussola”), tenta di proporre una stima dell’entità, anche economica, del lavoro di cura informale prestato dai caregiver familiari e di quello acquistato sul mercato privato. Il secondo è, invece, incentrato sulla volontà di approfondire, attraverso studi mirati, il legame tra non autosufficienza e impoverimento della popolazione anziana e delle famiglie coinvolte.

Il primo contributo, dedicato all’assistenza informale e privata alle persone non autosufficienti, distingue tre tipi di assistenza non fornita o finanziata direttamente dal settore pubblico. I primi due costituiscono ormai due pilasti del sistema di welfare: l’assistenza informale da parte dei caregiver familiari e il lavoro di cura privato, ossia il fenomeno delle cosiddette badanti. Il terzo, senza dubbio minoritario, riguarda invece l’insieme dei servizi di assistenza e di natura finanziaria che sono disponibili nel settore privato.
Al di là delle cautele avanzate nel Rapporto in ragione dei limiti metodologici connessi alla formulazione di stime di questo tipo, si ritiene che le famiglie spendano circa 9,4 miliardi di euro l’anno per assistenti familiari di persone non autosufficienti (non solo anziane), anche se di questi solo 2,6 miliardi circa corrispondono a contratti di lavoro regolari. Dal canto suo, il valore economico delle ore impiegate dai caregiver familiari nella cura di adulti e anziani con disabilità viene calcolato in circa 4,5 miliardi di euro. Dato che si ritiene però largamente sottostimato poiché calcolato solo per i caregiver familiari di 55 anni e più. Infine, seppure assicurazioni, fondi sanitari integrativi e società di mutuo soccorso siano spesso citati come potenziale opzione fornita dal settore privato per l’assistenza alle persone non autosufficienti, essi rappresentano ancora una voce marginale di spesa delle famiglie.
In sostanza, dallo studio emerge che, in termini monetari, circa un terzo delle risorse (pubbliche e private) complessivamente impiegate in LTC è ascrivibile alle famiglie (dato, ricordiamolo, largamente sottostimato), sia in termini di valorizzazione dell’assistenza informale, sia come spesa sul mercato di cura privato.

La condizione di non autosufficienza rappresenta quindi un fattore in grado di aumentare considerevolmente il rischio di povertà delle famiglie, presupposto da cui parte il secondo contributo considerato. E ciò proprio in ragione dei due aspetti finora evidenziati, che vanno a incidere sul reddito familiare: la crescita delle spese destinate alla cura e l’aumento del tempo dedicato all’assistenza informale, con le inevitabili ripercussioni in termini di restrizione alla partecipazione al mercato del lavoro dai parte dei caregiver familiari. Inoltre, poiché tali aspetti non sono tra loro escludenti ma possono risultare compresenti all’interno di una stessa famiglia, una duplice riduzione del reddito, causata sia da un incremento delle spese di cura che da una riduzione o perdita del lavoro, può far scivolare il reddito familiare al di sotto della soglia di povertà.
Dal momento che la perdita del reddito può essere considerata direttamente proporzionale al livello di gravità della non autosufficienza e inversamente proporzionale al supporto pubblico ricevuto, il Rapporto rileva come il nostro sistema di servizi e trasferimenti monetari non sia in grado di fronteggiare la domanda di cura e di sostenere i costi generati dalla non autosufficienza. Pertanto, se le statistiche ufficiali ci dicono che, in termini comparativi, gli anziani sono meno esposti al rischio di impoverimento rispetto ad altre fasce di popolazione, la duplice condizione di anziano e non autosufficiente può invece rappresentare un elevato fattore di rischio.
Per dimostrare tale relazione è stato quindi compiuto uno studio che ha preso in esame due fasce di popolazione: gli anziani di 65 anni e più che vivono in famiglia e i loro figli adulti, che rappresentano i principali caregiver familiari.
I risultati confermano che gli anziani non autosufficienti presentano una probabilità di vivere in una famiglia con un reddito al di sotto della soglia di povertà maggiore rispetto al resto della popolazione anziana. E la crisi economica ha ulteriormente aumentato tale probabilità.
I risultati evidenziano inoltre che nel 2012 il rischio di povertà risulta più marcato nel caso di anziani con un grado moderato di non autosufficienza, poiché essi sono parzialmente esclusi dal supporto formale, sia in termini di servizi che in termini monetari, rispetto a coloro che si trovano in una condizione medio-grave.
Se l’aiuto informale da parte dei propri familiari, al pari dei servizi formali, rappresenta un elemento di protezione dal rischio di impoverimento degli anziani, la ricerca evidenzia anche che la condizione di non autosufficienza rappresenta un ulteriore elemento di trasmissione delle diseguaglianze di reddito tra genitori e figli. In particolare, per i caregiver familiari (figli adulti di 50-64 anni) che prestano ai genitori cure ad alta intensità la probabilità di vivere in una famiglia con un reddito al disotto della soglia di povertà raggiunge nel 2012 il 60%, probabilmente anche a seguito della crisi economica.
Tali evidenze impongo quindi delle scelte politiche che, come suggerito dal Rapporto, vadano in direzione, da una parte, di sostenere e proteggere gli anziani dai rischi connessi alla non autosufficienza e, dall’altra, di prevenire il rischio di povertà dei loro figli adulti. I prossimi pensionati avranno infatti redditi nettamente inferiori rispetto agli attuali e saranno molti di più di oggi, e l’onere della cura e dell’assistenza spetterà a una sempre più ridotta popolazione in età lavorativa, che non avrà le forze necessarie per far fronte autonomamente a questo compito.

Dall’analisi della rete dei servizi, realizzata nel Rapporto interpellando esperti del settore, emerge invece una tendenza alla rifamilizzazione dell’assistenza. Si rileva infatti che, sebbene il modello italiano di welfare abbia sempre fatto affidamento sul lavoro di cura familiare, nello scorso decennio la fase di espansione del sistema pubblico di Long Term Care ha garantito una maggiore tutela. Al contrario, nel decennio in corso si assiste a un arretramento, con un conseguente incremento dei compiti di cura della famiglia. Fenomeno, peraltro, acuito dagli effetti della crisi economica.
Secondo uno studio di Paolisso (2013), condotto su un campione di 1.500 over 75 residenti su tutto il territorio nazionale, per pagare l’assistente familiare tre quarti degli intervistati hanno ridotto qualità e quantità dei cibi e quasi la metà ha chiesto aiuto ai propri figli. Ma spesso neanche questi sacrifici sono risultati sufficienti. Il 55% degli intervistati è stato costretto a ridimensionare l’aiuto dell’assistente familiare e il 25% vi ha dovuto rinunciare del tutto. Riduzione o rinuncia che rischiano di produrre un peggioramento della salute e della qualità della vita degli anziani non autosufficienti e un aumento dei ricoveri. Ma non solo, l’internalizzazione nella famiglia del lavoro di cura, che può arrivare fino alla rinuncia al lavoro da parte del caregiver familiare, produce ricadute fisico-psicologiche sul caregiver, rischio di impoverimento della famiglia e a volte cure inappropriate o insufficienti.
Inoltre, in assenza di una presa in carico complessivamente della persona non autosufficiente da parte del sistema dei servizi pubblici, si paventa anche il rischio che le famiglie, lasciate sole, siano spinte a cercare possibili risposte in servizi e presidi garantiti, ma non necessariamente adeguati. E l’utilizzo improprio di alcuni servizi da parte delle famiglie, ma anche da parte di alcuni soggetti erogatori, ha come conseguenza un aumento dei costi del sistema e la possibile inappropriatezza delle cure.
A sapersi districare nell’insieme delle opportunità offerte sul territorio dal privato profit e non profit sono soprattutto quelle famiglie che possiedono una rete di relazioni e una certa disponibilità economica. Per dirla, quindi, con le parole di un esperto intervistato: “nonostante la nostra Costituzione preveda l’obbligo per il sistema pubblico di supportare in maniera uguale i cittadini di fronte alla perdita di autonomia, la sua scarsa presenza rischia di produrre una segmentazione dei diritti di cittadinanza”.

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